LINGUA LINGUAGGI, CORPI, E PICCOLI PECCATI.

Stamattina ho parlato con una persona con cui ci stiamo scrivendo da un pò, senza conoscersi, sperimentando la suggestione propria e particolare della conoscenza virtuale. Ebbene, si diceva che parlarsi con la scrittura, dilata le capacità di esprimersi e dà l’opportunità di creare parallelismi onirici in cui far
transitare sogni desideri, fantasie. Nel linguaggio parlato e quotidiano questo non accade, sempre. Ma si può completare con la sensorialità, e i corpi.
La lingua, il linguaggio, è diverso dall’oralità alla scrittura. Io parlo scrivendo
e scrivo parlando...Leggere è un esperienza, che conduce in altri territori. E dilata le possibilità che una vita riserba. Scrivere, è un pò lo stesso. Se si riesce a dar vita alle fantasie, che restano abbozzate. Non sostituto della vita, (o forse si?). Mi venivano alla mente le donne scrittrici che ho amato, ‘la stanza tutta per se...’ della Woolf, o la scrittura tutta in una stanza della Dikinson, reclusa viva. Trovare la ‘propria’ stanza, difenderla dagli attacchi e dal senso del ‘dovere’, della quotidianeità, scrivere è un lusso, per idealisti o eletti, o una necessità nevrotica per ritrovare il senso di noi stessi. Insomma dopo tanto scrivere, e parlare...mi è prepotentemente venuta voglia di silenzio, e di toccare. Lo farò, domani. Credo.


5 Comments:
Ed è proprio così: a forza di parole viene fame di silenzio. Ma è nel silenzio che abita la scrittura e li la ritrovi ancora.
Io leggo. Scrivo. Vivo.
Alterno momenti di solitudine a momenti di socializzazione.
L'equilibro tra i due momenti è estremamente capriccioso e devo stare molto attenta a non chiudermi troppo oppure a trascurare il mio bisogno di isolarmi.
Tocco poco.
E il tocco altrui mi coglie sempre impreparata.
Su questo vorrei lavorare ;-)
L'equilibrio è una faccenda complicata Plain.
Quando ci si sente in bilico fra dentro e fuori, i tocchi arrivano come cascata che rinfresca, o come uragano che sbaraglia.
Magari dovrebbero diventare una piccola sorgente alla quale attingere ogni giorno, al mattino, alla sera, sempre...
ma forse a noi ci piace di più farli diventare eventi che scompigliano, che accelerano battiti e pensieri, per poi non ritrovarli più al mattino?
Ci capita così...o lo scegliamo come un vestito comodo da portare?
Mi piace la definizione "faccenda complicata".
Nella mia vita, di faccende complicate, ce ne sono state (e ce ne sono) parecchie.
E' talmente vero quel che hai scritto che ci si puo' stupire nel desiderare un luogo asettico, senza incontri, senza tatto o vista. Non e' un lusso, e' una necessita'.
In quella stanza, in quel silenzio, in quella sospensione del tempo, inizi finalmente a incontrare te stesso, ad assaporare il respiro, il corpo, l'essenza di se'.
Puo' essere una conoscenza sconvolgente, a volte. Ma di solito fa semplicemente molto bene. A noi stessi e agli altri.
Posta un commento
<< Home